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Gli scantinati stanno al rock come gli spogliatoi stanno al calcio. Luogo sacro, inviolabile, nascosto, altare pagano di riti ed iniziazioni cui è permesso l’accesso solo ai pochi adepti. Per nostra fortuna Austin è piena di sottoscala, ha il proprio territorio disseminato di cunicoli sotterranei che si trasformano in musicoteche sbilenche, tra mazze di scopa e ferri vecchi depositati. L’avventura di questo duo americano nasce proprio così, lontano dal caldo accogliente di uno studio di registrazione professionale, freme e cresce tra le quattro mura domestiche e si sente, coi suoi vantaggi ed i suoi innegabili limiti. Tim Husmann (percussioni e tastiere) e Bryan Ellis (voci e chitarre) ci penseranno su tutta la giornata, gli accordi, il timbro, il volume della cassa di sinistra da regolare meglio, quali parole da incastrare tra un colpo di piano ed uno di batteria e nel frattempo ascoltano Flamig Lips, Coldplay, Grandaddy e compagnia bella, scompongono un passaggio, lo rimastacano a modo loro e ci fanno il riff di una canzone. Delicati come un’alba invernale i due texani macinano melodie con infaticabile leggerezza (“Stop The Parade” su tutte), sorprendono per capacità compositiva, intuizioni e sogni buttati sul pentagramma come se fossero materia prima sanguinante da trattare con cura. Tim e Bryan amano i silenzi pieni di vedute mozzafiato, i colori pastello innestati di nero, le parole precise e mai banali. L’unico difetto del disco è una mancanza di profondità del suono, segno evidente dell’assenza di un produttore illuminato che diriga note e sensazioni nella giusta stratificazione. Ma i ragazzi ci sono e se la sorte camminerà con loro ne risentiremo parlare. Gli scantinati sono in fiamme. I produttori salvano vite. |
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